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La storia di Mandia

 

La prima menzione ufficiale della sua esistenza risale al 1187. Le origini del nome Mandia (Mannìa nel dialetto locale) non sono certe. Potrebbe derivare da “mandia”, termine antico e desueto per indicare il mantello monastico nero con angoli ornati di velluto o seta di colore viola scuro o rosso cupo, usato nei riti della Chiesa orientale; oppure dalla forma dialettale antica di “magnìa, mannìa, magna” ad indicare un luogo di transumanza per il bestiame, come pure da “mandra”, che è la forma dialettale di mandria, e significare quindi il luogo dove trovavano riposo i pastori, custodi della mandria. Infine l’origine potrebbe derivare da “manna”. La manna è una secrezione, dal gusto delicato e gradevole, prodotta dall’incisione della corteccia di alcuni alberi della famiglia dei frassini, che anticamente crescevano spontanei nella zona.

D’altra parte già nel 1103 uno dei figli di Pandolfo, signore di Capaccio, si chiamava Guglielmo de Mannia e diventò Signore di Novi (l’attuale Novi Velia).

Sicuramente Mandia fu messa a ferro e fuoco dai soldati al seguito degli Aragonesi di Sicilia tra il 1290 e il 1291, tant’è che Carlo II d’Angiò, re di Napoli, per favorirne di nuovo l’insediamento, concesse agli abitanti l’esonero fiscale totale. Probabilmente fu parzialmente distrutta dal terremoto che nel settembre 1664 colpì buona parte delle terre più a sud della Baronia del Cilento. La peste dell’anno 1669 fece strage degli abitanti, tanto che non furono contati nel censimento di quell’anno. L’introduzione della tassa sui fuochi (focatico) nel 1443 da parte di Alfonso d’Aragona, re di Napoli, permise di tenere aggiornato il numero delle famiglie e degli abitanti. Così sappiamo che nel 1532 c’erano 32 fuochi (160 abitanti), nel 1648 solo 16 fuochi (80 abitanti) e nel 1802 il numero degli abitanti di Mandia era di 140.

Poco resta degli antichi fortilizi del paese, che, benché povero, ebbe una sua collocazione territoriale e strategica. Il Giustiniani ai primi dell’800 scrive che il casale di Mandia era fortificato “con due porte, una verso levante, un’altra verso occidente. In mezzo tiene un’alta torre e vi si osservano i suoi fossati”. Oggi possiamo osservare le mura di cinta e la torre descritta, parzialmente rovinata dalle mani dell’uomo.

Ancora oggi la piazzetta prospiciente la Chiesa del patrono, S. Giovanni Battista, è il centro della vita del paese; vi si raccolgono gli anziani nelle ore del tardo pomeriggio a discutere delle opere dei campi e dei problemi del quotidiano.

I principali prodotti del paese sono quelli legati all’agricoltura. Si possono trovare ottimi fagioli secchi, tra cui la varietà locale più richiesta è detta “ tabbaccuogni”, marroni durante il periodo delle castagne, buon olio di oliva privo di fitofarmaci, formaggio caprino, funghi in abbondanza, asparagi, more, pomodori, melanzane e peperoni. Numerose sono le sorgenti a monte e a valle del paese, le cui acque sono da sempre potabili.

(Maggiori informazioni sulla storia, i costumi, le canzoni popolari, i proverbi e i modi di dire locali si possono trovare nei libri: "Mannia" e "L'uommini accussì sù".

Di Aldo Fierro

 

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